Il mio barbiere
Ma a te chi ti taglia i capelli?

Attualmente esistono tre tipi di barbiere:
Il barbiere moderno.
Il barbiere straniero.
Il barbiere vintage.

Foto di Nathon Oski su Unsplash Il barbiere moderno è giovane. Spesso non è mai da solo: sono un'équipe di giovani ruspanti. Non si capisce chi sia il titolare del negozio; forse il vero titolare è un fondo economico di Dubai, come i veri padroni delle squadre di calcio. I barbieri hanno baffi rombanti, pizzetti a punta, sembrano D'Artagnan con le camicie a quadri, con le maniche tirate su e le braccia piene di tatuaggi old school. Oppure hanno barbe millenarie, sono i pronipoti di Mosè. Sono vestiti come i protagonisti di Peaky Blinders e anche il negozio sembra quello della serie televisiva britannica, con il palo del barbiere blu, bianco e rosso che gira incessantemente. Usano i panni caldi dopo che ti hanno fatto la barba; mentre aspetti il tuo turno leggi GQ o Men's Health, si parla di Inter e Lazio. C'è un clima fintamente vintage, con le poltrone in pelle dorate, le piastrelle ottocentesche; hanno nomi come “Scapicchio”, “Machete”, “Barberia”, “Jack Sullivan”, e il tutto richiama un mondo vittoriano di un'eleganza londinese che non esiste più, neanche nella capitale inglese. Hanno prezzi dai 25 euro in su e puoi prenotare dall'app. Un'altra maledetta app in più sul tuo telefono.
Con il barbiere straniero, invece, è tutto più misterioso. Sono quasi sempre pakistani, mentre i parrucchieri per signora sono cinesi. In vetrina hanno una rassegna di foto di giovani che sembrano la nazionale di cricket, ma più eleganti, con i capelli lucidi e rasati sui lati. Il mistero è chi ci lavora, perché quando ci vai non c'è mai la solita persona a tagliarti i capelli. “Ma quanti siete? L'altro giorno non mi hai fatto tu i capelli?”, gli domando. “No, era mio cugino, ora è in ferie, è tornato a casa”. Più cugini di Paolino Paperino: una famiglia Disney divisa tra l'Italia e il Pakistan. Fatto sta che non trovo mai due volte la stessa persona, impossibile affezionarsi a un barbiere. Spendi poco e quasi sempre con ricevuta.

Se il barbiere moderno è un finto vintage da atmosfere contemporanee a Dorian Gray, il mio barbiere (che poi sono due o tre, perché mi piace cambiare) è veramente vintage. Dentro il suo negozio è tutto fermo al 1978, anche se il calendario del macellaio appeso alla parete indica il 2026. L’arredamento è tutto color crema, le poltrone sono di pelle marrone, i lavabo hanno qualche crepa, ma reggono ancora benissimo gli shampoo. A volte ha le caramelle e, per fortuna, sono l’unica cosa che non è vintage e, se sei fortunato, le puoi prendere.
Quello dove sono stato l’ultima volta non ha neanche l’insegna: è una porta anonima in una stradina interna del centro; ci vai se lo conosci, sennò neanche Google Maps ti aiuta. L’ultima volta, mentre mi tagliava i capelli, dallo stereo a CD (ha anche una pila di cassette, ma non ho mai avuto il piacere di fruire di cotanta bellezza stereofonica) suonavano Frank Sinatra, Dean Martin e Louis Prima.
L’età del barbiere è indefinibile: potrebbe avere dai 67 agli 83 anni. Non parla, se non per chiederti: “Come li facciamo questi capelli?” e “Va bene così o più corti?”.
Devo dire quasi che è un bene che non parli, perché spesso questi barbieri sono di destra e sono arrabbiati con gli stranieri, che rubano e non vogliono lavorare. Poi scopri che stanno con una badante rumena, ma quello è un altro discorso: io non parlo di “quelli”, parlo degli “altri”. Ah, ecco, torniamo agli stranieri a più velocità. Una volta mi sono alzato mentre aspettavo il mio turno, perché stavano parlando barbiere e cliente, dicendo che “in fondo Hitler tutti i torti non li aveva”. E voi, invece, i miei soldi non li avrete mai, dissi chiudendo la porta.
La ricevuta la fa soltanto se non ti conosce il barbiere vintage; per questo ogni tanto mi piace cambiare, almeno non devo chiedere con un po’ di vergogna: “Scusi, mi fa lo scontrino?”. E lui non deve rispondere, sorpreso: “Certamente!”.



Ah un bel tuffo negli anni '70, la bottega, il giornalaio, il panettiere e ultimo ma non ultimo il barbiere, che non so in quale concessionaria tu abbia trovato la macchina del tempo, fosse solo per il fatto che esistono ancora e li puoi chiamare barbiere. Oggi son tutti parrucchieri e non c'è più la distinzione pour homme o pour femme, i parrucchieri di oggi son per chiunque, ricevono solo su appuntamento, mentre una volta ti sedevi e aspettavi il tuo turno proprio come dal salumiere o alla posta; mio papà mi portava dal suo barbiere intorno alle quattro del pomeriggio di sabato che lui non lavorava e uscivi alla chiusura intorno alle otto di sera; all'epoca ero un ragazzino e mi annoiavo a morte ma sopportavo stoicamente.
Oggi dal parrucchiere: riviste patinate più simili a cataloghi da concorso per acconciature anti gravità, che se ti capita di vedere qualcuno per strada con i capelli scolpiti in quel modo ti giri dall'altra parte e invochi la neuro. Una volta il massimo della lettura di intrattenimento era Novella 2000, Quattroruote o Autosprint. Forse avevano una convenzione con l'edicola dietro l'angolo.
Per lo shampoo oggi c'è un settore a parte che dalla pandemia in poi è addirittura circondato da separé, raramente è il parrucchiere a lavarti i capelli, sovente sono giovani tirocinanti dai capelli multicolore che ti danno del tu come ti conoscessero da sempre. Una volta lo shampoo te lo faceva il barbiere stesso, reclinando la poltrona che assomigliava al sedile di un maggiolino volkswagen, smontava il poggiatesta e incastrava una bacinellona in plastica con alloggiamento per il collo, ruotava la poltrona di 120 gradi inclinandola verso un lavabo dove scaricare l'acqua, con una doccetta ti lavava, poi ti ruotava nuovamente verso lo specchio, rimontava il poggiatesta, e voilà, pronti per il taglio:
"come li facciamo?" qualsiasi fosse la risposta ti ritrovavi sempre con lo stesso taglio e solo quando il barbiere esclamava "servito!" ti potevi alzare, col collo pieno zeppo di pelucchi nonostante ti avesse spazzolato con impegno e dedizione il collo, le spalle e il naso. Tutto questo ha resistito fino alla fine degli anni '80.
Poi sono arrivati gli anni '90, le mode si sono accanite sulla professionalità; ed ecco che antichi mestieri via via sono stati surclassati da catene di negozi uguali dappertutto, togliendo il fascino dell'originalità e la spersonalizzazione si è riscontrata via via in tutti i settori. La globalizzazione e l'e-commerce stanno facendo il resto; così quando noi maschietti senza pretese o particolari esigenze vogliamo tagliarci i capelli, ci rechiamo sempre dallo stesso parrucchiere di fiducia che in ogni caso anche se sei cliente affidabile e affezionato, non ti fa sconti ma il risultato già lo conosci a priori e sai che sarai soddisfatto (almeno per me è così). Gli stranieri siano pakistani o cinesi fanno un po' tutto, lo fanno benino e ti fanno pure risparmiare, infatti chi cambia sovente lo fa soprattutto per questo motivo, e come dargli torto? Altri se ne fregano e approfittando delle crescenti stempiature o piazzette, si comprano una macchinetta fai da te, e via tutto. E ciò che una volta era indice di sofferenza, leggasi calvizie incipiente, ora è una moda omologante, come i tatuaggi, il pizzetto, la rasatura a pelle, manco fossimo tutti calciatori che se ne vedi uno con capelli "normali" ben rasato e pelle pulita, tutti pensano che non farà carriera, perché "gnà esse tutti uguali" come gli omini del calciobalilla; ma anche questa è un'altra storia.